Ascoltare i mercati, per davvero

"Ricondurre gli avvenimenti politici all’azione di cause in ultima istanza economiche” era, secondo Friedrich Engels, il primo marchio di fabbrica di Karl Marx. Oggi, in Italia, la versione banalizzata e folcloristica del fu materialismo storico è la compulsazione continua dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, la lettura di ogni piccola o grande diatriba quotidiana in base alle oscillazioni – spesso volatili e non sempre significative, come invece lo furono alla fine del 2011 – del rendimento dei nostri titoli di debito. Il tutto in nome della “stabilità” senza se e senza ma.
12 AGO 20
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"Ricondurre gli avvenimenti politici all’azione di cause in ultima istanza economiche” era, secondo Friedrich Engels, il primo marchio di fabbrica di Karl Marx. Oggi, in Italia, la versione banalizzata e folcloristica del fu materialismo storico è la compulsazione continua dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, la lettura di ogni piccola o grande diatriba quotidiana in base alle oscillazioni – spesso volatili e non sempre significative, come invece lo furono alla fine del 2011 – del rendimento dei nostri titoli di debito. Il tutto in nome della “stabilità” senza se e senza ma. Eppure, presi come siamo dalla commedia politica in corso, dimentichiamo che per interpretare i mercati è meglio ascoltare chi i mercati li conosce e li frequenta.
Si prenda il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, che ieri da Parigi ha confermato il corso espansivo della politica monetaria dell’Istituto. Nell’occasione non ha escluso nuove forme di finanziamento straordinario alle banche, pur sottolineando che la liquidità delle cosiddette Ltro (Long term refinancing operations) non può essere “considerata sostitutiva della necessità di patrimonializzazione delle banche”. Soprattutto, interpellato dai giornalisti sul caso italiano, Draghi non ha mai separato il termine “stabilità” dalla parola “riforme”. Della prima, senza le seconde, si può pure morire per consunzione, Confindustria e sindacati dovrebbero metterselo in testa. Così come il governo dovrebbe fare sua la filosofia del banchiere centrale europeo: “Paesi come l’Italia devono portare avanti le necessarie riforme prima di tutto per il loro bene, piuttosto che per la pressione dei mercati”.
Altre tesi utili per uscire dal dibattito ombelicale sulla stabilità-bene supremo sono contenute nell’intervista che ieri Federico Fubini, su Repubblica, ha fatto al finanziere George Soros. Alle argomentazioni del cosmopolita ungherese è stato imposto un titolo provinciale sull’urgenza della legge elettorale, ma il ragionamento era d’ampio respiro. Il premier Letta continui pure a evocare gli Stati Uniti d’Europa, ma segua Soros su un punto: la Germania è prima della classe anche per le riforme fatte negli scorsi anni, ma la governance economica europea resta squilibrata a nostro sfavore. “L’Italia potrebbe dire alla Germania che deve far qualcosa per gestire i debiti italiani e per permettere più crescita, oppure il vostro paese prenderà un’altra strada”, dice un uomo di mondo e di quattrini, non di quelli che stanno qui a cincischiare citando lo spread.